Blachernitissa

a cura dell’allievo Massimo Paggin

La figura dell’Orante, una donna in piedi, con le braccia alzate e le palme delle mani rivolte verso il cielo, è il modo più semplice con cui l’arte paleocristiana rappresenta l’anima del defunto (spesso un martire) che attende da Cristo la vita eterna: è il simbolo dell’anima cristiana che loda e adora Dio. In Occidente, essa è rappresentata più di cinquanta volte nelle catacombe romane.
Nell’evoluzione pittorica, quando è raffigurato anche il Bambino sul petto della donna, nel  IV e V secolo questa tipologia si trasforma nell’immagine di Maria Vergine Orante, la cui preghiera raggiunge il cielo. Nasce così il tipo iconografico della Madre di Dio del Segno, secondo la profezia di Isaia: “Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.”  (7,14).
Nella sua forma monumentale essa diventa la grande Panaghia (“Tuttasanta”), che appare per la prima volta a Costantinopoli nel IX secolo nella chiesa di Blacherne, diventando simbolo stesso della città. A Costantinopoli, questa immagine, detta la Blachernitissa, era al centro della venerazione popolare ed era custodita nella chiesa di Blacherne, costruita per ricevere la reliquia del santo velo della Vergine, il maphorion, portato da Gerusalemme sotto il regno di Leone I (457-474). Il santuario prevedeva molte altre icone, ma la Blachernitissa era la più celebre e, attraverso di essa, si attribuiva alle preghiere della Madre di Dio un gran numero di interventi prodigiosi, specialmente in tempo di assedio da parte dei nemici.
Il tipo iconografico della Blachernitissa è quello della Madre di Dio in atteggiamento di Orante: Maria è ritratta in piedi e in posizione frontale, con le mani levate al cielo. Sono presenti due varianti: una raffigura Maria in preghiera senza Bambino e l’altra, invece, con il Bambino rappresentato, a sua volta in posizione frontale, per intero o a mezzo busto, spesso dentro un “clipeo” o medaglione. La Blachernitissa bizantina è caratterizzata da due tratti essenziali: la sigla ΜΡ ΘΥ e l’abbigliamento che esalta il Maphorion, reliquia insigne conservata nel santuario.

 

 

Fonti:
Georges Gharib, Le icone Mariane – storia e culto, Città Nuova Editrice
Alfredo Tradigo, Icone e Santi d’Oriente, Electa (dizionari dell’Arte)