Odighitria

a cura dell’allievo Massimo Paggin

L’immagine dell’Odighitria occupa un posto privilegiato nell’iconografia della Madre di Dio, perché è comune all’Oriente e all’Occidente, anche se la sua origine è specificatamente orientale.
Il nome deriva dal greco οδηγός (odegós) che si traduce in “guida, condottiero”, da cui il significato attuale di “Colei che mostra la via”; e la via è appunto Cristo indicato da Maria con la Mano destra.
L’appellativo deriva dal toponimo del convento degli Odigi, dove si venerava il ritratto originale di Maria, attribuito a San Luca. Ma esistono differenti ipotesi sull’origine di questo nome: una lo farebbe derivare dal luogo in cui l’icona originale sarebbe stata posta da Pulcheria e cioè la chiesa indicata come “Των Οδηγών”, che forse richiamava il fatto che vi si recavano i condottieri dell’esercito o le guide delle carovane dei pellegrini a pregare. Una seconda ipotesi è che l’icona fosse conservata nella chiesa di un ospizio per ciechi detto “delle guide”, fatti costruire entrambi da Pulcheria stessa, vicino ad una sorgente dove la Madonna aveva già operato molti miracoli, specialmente a favore di ciechi. Infatti, secondo la tradizione la Madre di Dio sarebbe apparsa a due ciechi e, conducendoli al suo santuario, avrebbe ridato loro la vista. Da allora i ciechi e i sofferenti di malattie agli occhi si recavano alla sorgente, che sgorgava vicino alla chiesa, e si lavavano gli occhi per ottenere la guarigione. Secondo una terza ipotesi il nome potrebbe derivare dalla consuetudine che i militari bizantini avevano di portare l’icona della Madonna nelle campagne militari: prova ne sia che all’inizio della battaglia contro i Crociati nell’assedio di Costantinopoli del 1204, l’imperatore Alessio V Dukas aveva fatto mettere l’icona alla testa dell’esercito.
Nell’immagine, Maria vi è raffigurata in posizione frontale, con gli occhi fissi sull’osservatore. Si può notare, analizzando le prime raffigurazioni giunteci dell’Odighitria, che la Madre di Dio può essere a figura intera, in piedi o seduta; generalmente ripresa a mezzo busto: questa ultima forma prenderà il sopravvento, anche se il Banbino non poggia sulle ginocchia, per cui la sua testa si trova all’altezza della spalla della Madre.
Tutte le rappresentazioni hanno in comune dettagli, che caratterizzano questo tipo di immagine: la Madre di Dio regge il Bambino con il braccio, sia a destra sia a sinistra; indossa una tunica di colore verde e il maphorion di colore rosso; i capelli sono completamente invisibili, celaati da una specie di cuffia sotto il velo aderente. Il Bambino è seduto sul braccio, anch’egli in posizione frontale, ma appena rivolto verso la Madre; con la destra leggermente alzata benedice alla greca, mentre con la sinistra regge un rotolo di pergamena, simbolo questo di saggezza e di sapienza, tradizionalmente attributo dei profeti. Egli è insieme bambino e adulto, è l’Emmanuele con gli attributi della divinità: nimbo crociato con la scritta O  Ω  N; ai lati i monogrammi IC  XC. I monogrammi della Madre, posti dall’una e dall’altra parte del capo sono ΜΡ ΘΥ. La Vergine tende la sua mano libera verso il Bambino, in un gesto che lo indica.
Nel tipo canonico dell’Odighitria, l’atteggiamento della Madre è di distacco e di grande rispetto; quello del Bambino è soffuso di regalità e di serietà, come si addice al Dio-Uomo.
Relativamente poche sono le copie che risultano in tutto fedeli al prototipo. Seppure le copie dovevano eseguirsi perfettamente uguali all’originale, molto spesso l’obbligo è stato disatteso, con l’introduzione di qualche modifica più o meno vistosa, ma che non sfugge ad una attenta osservazione. Queste modifiche, che si riscontrano nella figura della Madre, o del Bambino, o di ambedue, possono essere nella mano, nel volto, nell’abito, nei colori, o anche nei sentimenti espressivi.

 

Fonti:
Georges Gharib, le icone Mariane – storia e culto, Città Nuova Editrice